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Lega e M5S divergono sul tema rifiuti, che non è solo politico: i materiali ottenuti dalla differenziata sono troppi per un'economia del riciclo ancora immatura, e così una gestione virtuosa rimane un sogno

Rifiuti speciali a Caivano (Napoli, foto: Mauro Pagnano)

In un mondo ideale lo smaltimento dei rifiuti sarebbe sostituito dalle “3 R” dell'economia circolare: riduzione, riciclo, riuso. E in effetti è proprio su questo modello sostenibile che l'Europa ha deciso di puntare e che l'Onu ha scelto di inserire tra gli obiettivi della sua Agenda 2030, in cui si legge: “Entro il 2030, ridurre in modo sostanziale la produzione di rifiuti attraverso la prevenzione, la riduzione, il riciclo e il riutilizzo”. Da nessuna parte si legge la parola inceneritore o termovalorizzatore; nemmeno con riferimento a quelli di ultima generazione. Da questo punto di vista, bruciare i rifiuti – anche allo scopo di produrre energia – è una pratica che si vorrebbe archiviare o comunque ridurre al minimo.

Ma c'è un problema: un po' come tutti gli obiettivi della vastissima Agenda 2030, anche quello relativo all'ambiente, al consumo e all'economia circolare è estremamente vago e utopistico. Non c'è dubbio che riciclo e riutilizzo debbano essere gli assi portanti del futuro; purtroppo, da una parte, è estremamente improbabile che si possano fare i passi da gigante immaginati già entro il 2030, dall'altra, il 2030 è comunque ancora molto lontano. Ancor più lontano se lo si guarda da un paese alle prese con roghi tossici e una costante emergenza rifiuti.

Cosa si fa nel frattempo? È qui che si scontrano le due diverse visioni, quella più futuribile e ambientalista del Movimento 5 Stelle e quella più pragmatica – e attenta alle opportunità economiche garantite dagli inceneritori – della Lega. Il punto, però, è soprattutto uno: se anche si decidesse, come ha proposto Salvini, di dotare ogni provincia della Campania di un termovalorizzatore, bisogna prendere in considerazione i tempi necessari alla costruzione; che vanno dai cinque ai sette anni.

Iniziare oggi a costruire un inceneritore ci porterebbe realisticamente a metterli in funzione attorno al 2025 (sempre che si parta domani e tutto vada per il verso giusto) e significherebbe inoltre puntare su un sistema di smaltimento che si sta cercando di abbandonare o almeno ridurre fortemente. Ma c'è davvero un'alternativa ai termovalorizzatori o quelle immaginate da Europa e Onu sono solo utopie? Secondo i calcoli (ripresi oggi da Repubblica) del Was, l'osservatorio sui rifiuti, per poter effettivamente rinunciare a costruire nuovi inceneritori sarebbe necessario che tutte le regioni italiane si collocassero al livello del Veneto (la regione più virtuosa in quanto a raccolta differenziata) e che non ci fossero intoppi nella produzione dei nuovi impianti di recupero già previsti. Se nel giro di una decina d'anni tutte le regioni italiane si portassero su questi livelli e rispettassero gli obiettivi europei di arrivare all'80% di raccolta differenziata nel 2025, potremmo allora forse fare a meno di nuovi inceneritori; perché quelli già esistenti dovrebbero essere sufficienti.

Il problema però sta proprio qui: in Italia già oggi la raccolta differenziata è parecchio diffusa (al 52% nel 2016); ma – come riportato dal Sole 24 Ore – ci troviamo nella situazione paradossale di avere troppi materiali riciclati rispetto alla scarsa richiesta del mercato. E così, questi materiali finiscono a loro volta in discarica o negli inceneritori. Se non bastasse, c'è il solito problema delle amministrazioni locali e delle proteste dei cittadini che non vogliono sul loro territorio non solo gli inceneritori, ma neanche gli impianti di recupero; il che ha nettamente rallentato l'espansione di questi impianti e quindi il trattamento corretto dei rifiuti (che vengono sempre più spesso inviati all'estero oppure mandati in discarica).

Più che un'economia circolare virtuosa, ci troviamo insomma di fronte al solito cane che si morde la coda: non vogliamo gli inceneritori perché possiamo puntare sul riciclo e sul riuso, ma non stiamo facendo quello che serve per sfruttarne al massimo le potenzialità. E così, oltre a non risolvere la questione ambientale e a ritrovarci con discariche abusive stracolme, continuiamo a spendere soldi per esportare rifiuti quando potremmo guadagnarne con gli inceneritori.
Intanto l'emergenza peggiora: i roghi di rifiuti che hanno recentemente colpito il nord Italia sono la dimostrazione più evidente di come la situazione stia diventando insostenibile e si stia ulteriormente aggravando. Gli impianti che si trovano in settentrione sono saturi, hanno di conseguenza alzato le tariffe e, così, sono partiti i roghi nei capannoni abbandonati e nelle discariche abusive.

Siamo insomma molto, molto lontani dalla creazione di un ciclo dei rifiuti sostenibile. Ed è proprio per questo che le parole del ministro dell'Ambiente Costa (“Quando arriva l'inceneritore, o termovalorizzatore, il ciclo dei rifiuti è fallito”) lasciano perplessi: il ciclo dei rifiuti in Italia è già fallito, ed è sotto gli occhi di tutti. Il problema è che la soluzione proposta dal Movimento 5 Stelle rischia di essere idealistica e di lasciare il problema irrisolto ancora per troppo tempo; mentre quella proposta da Salvini impiegherebbe comunque parecchio tempo per andare a regime e ci terrebbe inoltre ancorati al passato.

Un vicolo cieco, causato da scelte miopi in passato, dall'impossibilità di adeguare o aumentare gli impianti di smaltimento e recupero negli anni passati – a causa anche delle proteste della popolazione – e dalla reazione sempre di breve respiro seguita alle varie emergenze. E così, oggi ci ritroviamo a vivere in un paese in cui gli inceneritori ci sono comunque (circa 45), ma sono spesso piccoli e poco efficienti (il Regno Unito smaltisce il nostro stesso quantitativo con 25 inceneritori; mentre la Germania più del triplo con 80 inceneritori); con il risultato che ci teniamo i problemi causati dagli inceneritori (l'inquinamento) senza giovarci appieno dei benefici (guadagni e produzione di energia).

Quale strada vogliamo scegliere per il futuro? Una cosa è certa: non si possono rifiutare sia gli impianti di riciclo, sia gli inceneritori e continuare a vivere in un paese di roghi e discariche abusive. Eppure è proprio quello che avviene in Italia.


Fonte: WIRED.it
 
 
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